NEWS: Nuova intervista di Mauro Biglino

Da: linguaenauti.com

Mauro Biglino, tradurre la Bibbia senza esegesi

Se i traduttori sono figure senza voce propria per definizione, per certi versi Mauro Biglino lo è ancora di di più: traduce da una lingua morta e impenetrabile, l’ebraico antico, e si occupa di testi biblici, libri nei quali il traduttore è destinato a scomparire schiacciato tra sovrastrutture interpretative di cui non è semplice liberarsi, per formazione personale o per imposizione che sia.

Tuttavia Mauro Biglino ha fatto del suo mestiere una bandiera: è uscito dalla proverbiale invisibilità del traduttore per rivendicare a gran voce l’importanza dell’onestà intellettuale in qualsiasi traduzione, e in particolare quando si tratta di testi estremamente lontani da noi nel tempo e per mentalità. Il suo approccio l’ha portato a confutare le esegesi ufficiali dei testi biblici in nome del rigore interpretativo e le sue ricerche sono sfociate in diversi libri nei quali mostra come una traduzione il più possibile letterale, coerente e priva di sovrastrutture cambi radicalmente la lettura di un libro “intoccabile” come la Bibbia.

Linguaenauti ha deciso di intervistarlo per ascoltare una voce originale nel panorama della traduzione italiana, sia per il genere di lavoro che affronta che per le passioni che suscita tra i traduttori del suo campo (e non solo). Inoltre, a dispetto di quanto potrebbero lasciar intendere i titoli un po’ sensazionalistici, i suoi libri non affrontano questioni spirituali ma sono ricchi di spunti linguistici e metodologici di grande ispirazione per gli appassionati di lingue e culture antiche in generale.

Lei traduce da una lingua antica, l’ebraico della Bibbia. Quando ha scelto di intraprendere questo genere di studi e come è diventato traduttore per le Edizioni San Paolo?

Dopo gli studi classici, in età già avanzata ho scelto di studiare l’ebraico per avere accesso diretto ai testi da cui viene fatta derivare la più importante religione dell’occidente: il cristianesimo, o forse sarebbe meglio dire il giudaico-cristianesimo. Ho studiato con un insegnate che mi è stato assegnato dalla comunità ebraica della mia città. Sono diventato traduttore per le Edizioni San Paolo perché, mentre traducevo per mio puro interesse personale, ho iniziato a interloquire con la casa editrice confrontandomi sulle traduzioni che stavano pubblicando nella loro collana Bibbia Ebraica Interlineare.

Dopo una attenta verifica effettuata sul mio lavoro hanno iniziato ad affidarmi incarichi di tipo puramente redazionale e poi mi hanno richiesto traduzioni vere e proprie: la casa editrice cattolica ha pubblicato in due volumi diciassette libri dell’Antico Testamento da me tradotti secondo quanto previsto dalle precise lettere di incarico che ogni volta mi venivano trasmesse. Il lavoro si è interrotto nel 2010, non appena ho iniziato a raccontare e a pubblicare con Uno Editori ciò che mi pare di leggere veramente nei testi ebraici.

Quali sono le difficoltà principali che un traduttore deve affrontare di fronte a un testo come la Bibbia ebraica? Aveva idea di queste difficoltà prima di cominciare il lavoro? E pensa che alcune di queste caratteristiche si possano riscontrare a livello generale in altri testi in lingue antiche?

 Il prof. Giovanni Garbini, docente di filologia semitica all’Università La Sapienza di Roma, ha scritto in uno dei suoi lavori che, in relazione alle lingue antiche, anche l’accordo di tutti gli studiosi sul significato di un termine non è garanzia di certezza. L’ebraico non fa eccezione. Come dimostrano secoli di discussioni sul significato di alcuni termini (come ad esempio quello che viene tradotto con Dio) la condivisione accettata della traduzione di singoli vocaboli o di interi versetti è ben lontana dall’essere realizzata.

A fornire il quadro complessivo che sto presentando da anni, non è dunque la traduzione di questo o quel termine (spesso è addirittura intellettualmente più onesto non tradurli), ma l’insieme del contesto che restituisce al lettore disincantato una visione complessiva che non ha nulla a che vedere con la tesi monoteista e spiritualista veicolata dalle varie tradizioni teologiche, spesso diverse e tra loro contrastanti, che da secoli si contendono la presunta “verità” su quell’insieme assolutamente eterogeneo di testi che chiamiamo Antico Testamento.

A mio parere, data l’incertezza che regna sovrana, la correttezza e l’onestà intellettuale richiedono un atteggiamento cauto, non a caso da anni vado dicendo che su quei libri si deve adottare il metodo del “facciamo finta che”: non abbiamo nessuna certezza su chi li ha scritti, non sappiamo come fossero scritti nella loro prima stesura (l’unica nostra certezza è che nel corso dei secoli sono stati oggetto di centinaia di variazioni), non sappiamo neppure come fossero letti in origine dato che sono stati scritti senza le vocali. In sostanza, ciò che non si può – e non si dovrebbe assolutamente – fare è utilizzarli per ricavarne verità assolute: sono proprio le difficoltà e le incertezze a indurre alla cautela.

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