“Ebrei o egiziani? La verità multipla” Nuovo articolo di Mauro Biglino

Dico sempre che con la Bibbia la cosa migliore – anzi a mio avviso l’unica corretta – è “fare finta che…”.

Da settembre in poi sto documentando come la Bibbia alla quale siamo invitati a credere dipenda dal luogo geografico e dal periodo storico in cui nasciamo: in sostanza, qualcuno decide per noi quali sono i libri “credibili” e quali no (46 per i cattolici, canone ridotto per i cristiani riformarti, 39 libri per gli ebrei, libri diversi per i copti… e così via…)

Ad esempio, entrando in uno dei tanti possibili contenuti, nelle conferenze mi capita spesso di ipotizzare che i fuoriusciti dall’Egitto con Mosè non fossero i componenti del popolo ebraico, bensì un insieme di genti di varia estrazione che con ogni probabilità parlavano egiziano…

Sappiamo che bibbia tradizionale ci narra di un popolo israelita già formato, schiavizzato e quindi fuoriuscito in massa…

Partendo dallo studio del testo biblico e della letteratura extrabiblica, il Rabbino Lee I. Levine (Docente di Storia ebraica alla Hebrew University di Gerusalemme) scrive invece che l’identità israelitica si è formata ben dopo l’Esodo ed è il frutto di un periodo molto lungo di gestazione e accorpamento che ha coinvolto semiti e non semiti, nomadi e seminomadi, abitanti di Canaan e gente che vi è immigrata.

Ad andare ancora oltre sono gli studiosi Messod e Roger Sabbah, due fratelli di famiglia rabbinica.

Usando i Targumim (bibbia aramaica) in raffronto con documenti egizi, essi scrivono che gli ebrei in Egitto non esistevano e che i fuoriusciti al tempo di Mosè erano in sostanza egiziani adoratori di Aton.

Secondo le loro acquisizioni, il gruppo fuoriuscito era costituito dagli Yahud (termine egizio dal quale deriverebbe il vocabolo Yehudim, giudei, che indicava la casta dei nobili e dei sacerdoti di Aton) e dal cosiddetto “popolo di Israele” (i futuri ebrei), che era in realtà l’insieme dei proseliti: lavoratori di varie etnie poco considerati e poi relegati a vivere nella zona nord del paese di Canaan (il regno di Israele, contrapposto al regno di Giuda, costituito appunto dai nobili/sacerdoti Yehudim).

A favorire la loro uscita sarebbe stato il generale/faraone Ay che nella bibbia aramaica corrisponde a Yahweh, indicato con la doppia yod.

Affermano inoltre che la lingua di questi yehudim (yehudaé in aramaico) era l’egiziano, che cessarono di usare solo nel periodo dell’esilio babilonese, quando si adattarono alla situazione per compiacere i loro nuovi governanti, avversari dell’Egitto.

Insomma, partendo dalla bibbia aramaica, i due studiosi di famiglia rabbinica ricavano indicazioni diverse da quelle contenute nella bibbia masoretica, su cui sono basate sostanzialmente le attuali credenze e sulla quale io lavoro, perché è quella che viene definita “ispirata” dal dio che le teologie e ideologie di varia estrazione hanno elaborato.

Le discordanze ovviamente non finirebbero qui… ma per questo post direi che sono sufficienti.

La verità tra la versione masoretica e quella aramaica?

Mah!?

Nell’attesa, io continuo a “fare finta che…”.

Senza dimenticare che l’uscita dall’Egitto di un insieme di genti, chiunque esse fossero, pare essere descritta anche nella stele di El-Arish (Museo di Ismailiya, Egitto), i cui caratteri geroglifici sono stati studiati e tradotti dal Prof. Hoffmeier (Professor of Old Testament and Near Eastern Archaeology, Trinity International University, Deerfield, IL).

In quella stele si racconta in sostanza che molte persone, guidate da un principe del deserto che operava per conto un dio avversario, si allontanarono dal territorio e nel corso della loro marcia si accamparono in una località conosciuta col nome di Pi-Karroti.

La Bibbia narra che quel popolo, guidato da Mosè che operava per conto dell’Elohim Yahweh, (avversario del faraone e quindi immaginiamo anche dei suoi “superiori”), si allontanò e si accampò in una località chiamata Pi-Akhirrot: pare proprio che la stele e la Bibbia si riferiscano alla stessa località.

Dopo di che il geroglifico dell’acqua ripetuto tre volte e quello del coltello ripetuto due volte indicano, secondo il docente, che una grande “massa d’acqua” fu tagliata in due”, proprio come ci racconta la Bibbia che chiama quell’acqua “yam suf” cioè “mare di canne”.

Insomma, andiamo avanti, perché “facendo finta che”… piano piano… forse…

Mauro Biglino

ETZ HAYIM, Ed Yewish Publication Society, 2005 New York

Les secrets de l’Exode, Ed Godefroy, 2000 Paris

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