QUELL’ODORE DI BRUCIATO AMATO E VOLUTO DAL DIO DELLA BIBBIA…

Da: TheLiving Spirits

Anche senza essere religiosi o cattolici osservanti, dobbiamo ammettere che quel che ci è stato passato con l’educazione ordinaria ed “ufficiale” è che la Bibbia sia un libro spirituale. Nell’opera di Mauro Biglino , troviamo che non è proprio cosi e questo comprovato da ordinate citazioni dalla fonte, competenza filologica e sano esercizio del pensiero, discernente e ricercatore (non distruttivo a priori).

Come ripetutamente ci dice nei suoi interventi e scritti, Biglino intende proporre e suggerire, almeno per un attimo, una attenta traduzione letterale originale e non una interpretazione teologica-filosofica-dottrinale come da sempre ci viene proposto. E qui già siamo paradossalmente nel rivoluzionario… rispetto alle abitudini di secoli e secoli a cui siamo “assuefatti”.

Con tale premessa di lettura “letterale”, la Bibbia pare non mostrarsi proprio un libro spirituale nè un trattato di trascendenza. Per una precisa comprensione e conoscenza di quanto affermato, rimando ai testi specifici di Biglino in merito.

Qui nel seguito riporto estratti dal suo ottimo “Il Dio Alieno della Bibbia” su uno dei tanti temi affrontati nel testo e che trovo curiosissimo, poco osservato e divulgato, ma a mio parere molto illuminante e non lo dico nello spirito da “intellettuale salottiera” (tutt’altro che il mio obbiettivo e interesse!). Mi riferisco alla questione “olocausto” e alla particolare predilezione di questo “dio” per certi “odori” e riti particolari.

Come detto riporto un estratto che ovviamente manca di dettagli che trovate nei suoi libri. Prima però è doveroso introdurre per chiarezza un nome e concetto essenziali: nella Bibbia si parla di Elohin a cui è stato dato normalmente, nella nostra cultura, il significato di Dio, al singolare.

Inesatto, ci dice Biglino e ci ricorda che i dizionari di ebraico biblico attribuiscono a questo termine questi significati: governatori, giudici, dèi, esseri sovrumani, angeli, figli di Dio, uomini forti, dio o divinità (se considerato come un plurale intensivo, esseri simili a Dio (fonte)

Non solo:

– “il vocabolo Elohà viene tradotto con “Dio”: secondo alcuni è il singolare femminile da cui deriverebbe Elohìm mentre per altri il termine Elohà rappresenta una forma elaborata successivamente, e per deduzione, da Elohìm. Viene anche usato per indicare un “dio straniero”.

– El è normalmente considerato il singolare di Elohìm ma per alcuni i due termini sono distinti e ambedue primitivi: El in questo caso viene riferito al concetto di “forte”, “potente”, “oggetto di timore”, “qualcuno o qualcosa che si deve raggiungere”. El significherebbe anche “capo, signore”.

– Rileviamo infine che il termine Elohìm è spesso preceduto dall’articolo: questo elemento grammaticale documenta che non si tratta di un nome proprio, ma dell’identificazione di una categoria di individui.

Di tutte queste differenze interpretative danno conto i dizionari di ebraico/aramaico biblico e i lavori di etimologia e lessicografia ebraica citati in Bibliografia.

(…) L’insieme di questi dati rende decisamente verosimile l’ipotesi che considera Elohìm un vocabolo indicante una pluralità di individui. (…) Nel rispetto delle posizioni diverse, il nostro metodo dichiarato consiste nel tenere nel debito conto la concretezza della lingua ebraica e nel seguire le parole dell’Elohìm conosciuto con il nome di Yahwèh, il quale dice con chiarezza inequivocabile di “non parlare per enigmi”. (fonte)

Il lavoro di Biglino sta completando e rendendo piu’ chiari per me tasselli e quesiti non già di ordine biblico-religioso (non nel mio caso intendo), ma storico del nostro presente… E’ con questo spirito di desiderio di chiarezza e verità sulle nostre origini e presa di coscienza delle continue manipolazioni a cui il genere “umano” è sottoposto da… sempre?, che vi invito a conoscerlo.

“La verità e l’originalità troverebbero piu’ facilmente posto nel mondo, se coloro che non sono in grado di produrle non cospirassero di comune accordo per non farle venire alla luce”

A. Schopenhauer

Cristina Bassi

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(…) gli Elohìm amavano annusare dei profumi specifici, anzi, come vedremo meglio tra poco, degli odori particolari e non necessariamente piacevoli.

In Genesi 8,18-21 il racconto narra ciò che è successo al termine del Diluvio universale: Noè verifica che le acque si sono ritirate, fa uscire dall’Arca sua moglie, i figli con le rispettive consorti, tutti gli animali, ciascuno secondo la sua specie… Come primo atto il patriarca biblico sente la necessità di erigere un altare sul quale offrire dei sacrifici: dice il versetto 20 che egli offrì olocausti, lW_ [olòt], di animali e volatili.

Con il termine HW_ [olà] l’ebraico indica il sacrificio che consisteva nel bruciare totalmente la vittima senza lasciarne alcunché; non rimanevano quindi parti da consumare o da offrire: l’oggetto dell’offerta era dato esclusivamente dal fumo o, per la precisione, dall’odore. Il termine [olà] contiene i significati del verbo [alà] “salire” e del sostantivo [kol] che indica la totalità: era quindi un sacrificio nel quale la vittima doveva trasformarsi “totalmente” in fumo.

Il vocabolo italiano “olocausto” mantiene pienamente il senso perché deriva dal termine greco “olòkaustos” che identifica “ciò che è stato interamente arso” sul fuoco. Dunque la fisicità (non la trascendenza…ndr) di quanto prodotto era importante nella fase dell’esecuzione

(…) Nei racconti più antichi, tale sacrificio era portatore di un omaggio o accompagnava una supplica e solo col passare dei secoli ha assunto anche un valore espiatorio:in origine dunque serviva a facilitare il rapporto con gli Elohìm, a omaggiarli per ingraziarseli, per renderli amichevoli, per ben predisporli ad accettare eventuali richieste presentate dall’offerente.

(…) leggiamo alcuni passi della Toràh in cui si possono esaminare le indicazioni precise che “Dio” ha fornito in merito agli olocausti e ad altri tipi di offerte. Sono passi in cui si possono soprattutto verificare gli effetti dichiarati che i vapori aromatici derivanti da quei riti producevano sugli Elohìm, cioè su coloro che tradizionalmente sono considerati “Dio”.

(…) Nel libro del Levitico, al capitolo 1 leggiamo che l’Elohìm conosciuto con il nome di Yahwèh (solo “uno” dei vari Elohim ma quello che è destinato al territorio in cui si muove Mosè, ndr) convoca Mosè e gli parla «dalla tenda dell’incontro» (1,1) cioè da un luogo fisico ben preciso. Gli impartisce alcune direttive in merito ai sacrifici: gli dice che gli animali destinati agli olocausti devono essere rSYl [tamìm], “completi, interi, senza difetti”, e che devono essere bruciati (Lv 1,3) «alla porta della tenda dell’incontro »; indica cioè un luogo determinato e ne spiega anche la motivazione: (…) dalla lettura del testo comprendiamo che, per essere accettato, quel sacrifico doveva avere caratteristiche precise sia in termini di oggetto del consumo che di luogo in cui deve essere eseguito.

(…) Non siamo quindi in presenza di un profumo che produce quel piacere sensoriale che comunemente si intende quando si pensa ad aromi o essenze particolarmente gradevoli. Ci troviamo invece di fronte a un atto preciso che deve essere compiuto in un luogo altrettanto preciso affinché possa corrispondere al volere di quel particolare individuo appartenente alla schiera degli Elohìm e conosciuto come Yahwèh.

Da queste indicazioni consegue che quel sacrificio possiede una sua efficacia fisica che può essere garantita solo dal compimento di atti determinati. Non traspare qui il significato simbolico, per la cui valenza sarebbe sufficiente bruciare un qualcosa che produca quel fumo necessario a richiamare l’idea di uno spirito che sale verso il suo dio. Le norme impartite per l’esecuzione sono molto accurate: immolare l’animale alla presenza dell’Elohìm, spargere il sangue per non bruciarlo, tagliare la vittima a pezzi, preparare fuoco con la legna, mettere i pezzi sul fuoco e procedere con l’olocausto.

(…) Forse siamo autorizzati a pensare che tanta meticolosità operativa significasse qualcosa di più; e infatti leggiamo che il rispetto preciso di questi gesti determinava un effetto particolare (Lv 1,9)

(…) Sottolineiamo che ciò che è importante è l’odore e non l’ascesa del fumo verso il cielo, il suo disperdersi nell’aria. Questa peculiarità è riconfermata al versetto13 e nel capitolo 8,21, che riprendono sostanzialmente la stessa formulazione e dai quali si comprende che ciò che interessa è la produzione dell’odore che sarà sempre [nichochà] per il Signore.

(…) Al fine di ottenere un effetto sempre uguale: produrre con la bruciatura della carne un odore che risultasse [nichochà] per quell’Elohìm. Ma che cosa significa [nichochà]?

Partendo dal presupposto teologico che quando la Bibbia usa il termine Elohìm intende indicare il “Dio” unico spirituale e trascendente, la tradizione religiosa ha sempre attribuito all’olocausto un valore puramente simbolico, sostenendo in estrema sintesi che il fumo rappresenta l’anima che sale verso “Dio” per stabilire con lui un legame, ottenere il perdono per colpe commesse o ricevere i favori richiesti.

Un “Dio” che annusa odori concreti non è infatti compatibile con l’immagine veicolata dalla teologia monoteista!

Condizionata dal credo spiritualista-monoteista, la tradizione religiosa ha costantemente attribuito al termine OJOS[[nichochà] i significati di “gradito, piacevole, soave…”, ma il vocabolo ebraico indica in realtà che quell’odore determinava un risultato ben diverso. Il termine significa letteralmente “rilassante, calmante, tranquillizzante”, e anche “lenitivo”.

(…) nell’olocausto non erano previste parti da conservare e consumare; quegli Elohìm facevano quindi uccidere degli animali al solo scopo di sentire degli odori; la vita dell’animale non aveva altro valore che quello di soddisfare lo strano bisogno di cui presto capiremo la possibile motivazione.

(…) se di spirito non si parla mai, a che pro simboleggiarne una qualche forma di ascesa?

Si tratta evidentemente di ben altro, di un bisogno concreto, pressante, talmente forte da giustificare l’uccisione di animali che costituivano la fonte di vita del popolo che li vedeva letteralmente “andare in fumo”.

(…) solo l’odore della carne garantiva gli effetti rilassanti, calmanti, tranquillizzanti ricercati dall’Elohìm e dunque a lui graditi.

(…) e in Esodo 30,34 l’Elohìm fornisce anche la ricetta per comporre la miscela capace di produrre il fumo voluto: Da un’attenta lettura dei passi in cui vengono impartite queste norme rituali si comprende cha la giusta miscela doveva essere anche correttamente posizionata. Il versetto 36 prosegue con le prescrizioni e fornisce un’indicazione precisa sul luogo in cui bruciare il composto: Questa miscela composta da parti uguali («parte con parte») dei singoli aromi era talmente importante che l’Elohìm ne proibisce la fabbricazione e ogni uso che non sia quello da lui previsto.

Questo divieto era tassativo perché chi avesse contravvenuto sarebbe stato messo a morte, e sappiamo che non si trattava di una semplice minaccia (Es 30,37-38): Bisogna ricordare che il termine vFd [kodèsc], normalmente tradotto con “sacro”, ha nell’ebraico delle origini un valore totalmente diverso da quello che gli viene attribuito nell’accezione religiosa comune: significa infatti “separato, messo da parte, destinato a…”.

(…) In sostanza, questo particolare aroma era prodotto per svolgere una funzione precisa ed era riservato all’Elohìm; nessuno doveva fabbricarsene per sé, pena la morte. Esodo 30,38 è quanto mai perentorio.

(…) abbiamo visto che doveva essere composto in parti uguali da quattro elementi, conosciuti ancora oggi dall’erboristeria terapeutica che attribuisce loro delle funzioni specifiche.

Storace: si tratta dello Styrax Officinalis, usato nella medicina naturale per le proprietà antisettiche e cicatrizzanti; era conosciuto nell’antichità come farmaco per curare le affezioni respiratorie.

Onice: in questo caso si tratta di un mollusco, l’Unguis odoratus (“Unghia odorosa”), la cui conchiglia frantumata e bruciata produce un odore molto forte e pungente. Va detto che il termine ebraico [scechelèt], “onice”, in aramaico significa “rimediare, ripristinare”, rimandando quindi a una possibile funzione riparatrice di una qualche situazione.

Galbano: si tratta di una gommoresina estratta dalla Ferula galbanifera; ha un odore abbastanza sgradevole, un sapore amaro bruciante. È utilizzato nella medicina naturale come coadiuvante nel regolarizzare la respirazione e come rilassante dopo accessi di collera; è anche utile per ristabilire l’equilibrio.

Incenso: è la Boswellia usata per suffumicare; ha funzioni antisettiche, tranquillanti e ansiolitiche. Gli acidi boswellici hanno proprietà antinfiammatorie e si sono rivelati utili anche nella cura dell’asma bronchiale.

La miscela composta in parti uguali dalle sostanze elencate pare dunque avere delle finalità precise: funziona come antisettico, ansiolitico e regolarizzatore della respirazione. In più emana un odore che, data la presenza del galbano e dell’onice, risulta essere molto forte, decisamente particolare e non propriamente gradevole, almeno nel senso comune del termine.

(…) sulla “personalità” di questo Elohìm, sulla considerazione che aveva per le sue creature, i suoi rappresentanti, e soprattutto sugli obiettivi reali che muovevano le sue azioni: era infatti sufficiente compiere un errore nel condurre la ritualità prescritta, offrire un qualcosa di non piacevole, cioè non [nichochà], e si poteva morire bruciati vivi.

(…) Le domande inevitabili…

• Perché uccidere barbaramente degli animali per produrre semplicemente del fumo che rappresenterebbe una “anima” di cui però non si sa nulla perché quel “Dio” non ne parla mai?

• Perché “sgozzare” povere bestie facendole morire per dissanguamento, al solo scopo di espiare dei peccati di cui esse non erano colpevoli?

• Perché “Dio” aveva “piacere (necessità)” di sentire questo odore preciso in segno di adorazione, supplica o ringraziamento?

• Perché fare tutto questo alla presenza “fisica” di Yahwèh?

• Perché tanta precisione nelle indicazioni?

• Perché tanta precisione nel posizionamento («alla porta della tenda», «al lato nord dell’altare davanti a Yahwèh», «nella tenda del convegno dove io incontro te»)?

• Perché questo “Dio” mostrava tanta preoccupazione affinché tutto avvenisse secondo specifiche modalità operative?

• Perché si doveva fare in modo che l’odore fosse fisicamente percepibile da lui?

• Perché non funzionava se non veniva prodotto nei luoghi indicati?

• Perché uccidere chi commetteva errori nella preparazione?

• Non è che, forse, erano proprio quelle modalità, e non altre, a garantire l’efficacia funzionale dell’evento?

• E infine: in che cosa consisteva questa efficacia tanto importante da richiedere istruzioni così dettagliate e non derogabili?

… e la possibile risposta

Le spiegazioni tradizionali non riescono a dare risposte coerenti: un “Dio” spirituale non è infatti compatibile con questi comportamenti. (…) Queste indicazioni rituali avevano dunque significato per lui, per “Dio”, per l’Elohìm che voleva sentire quegli odori precisi. Ma perché?

Una prima risposta arriva da una notizia comunicata dalla NASA e (…) diffusa nell’ottobre del 2008 Gli astronauti della NASA che hanno compiuto passeggiate spaziali per condurre esperimenti, o per effettuare riparazioni, riferiscono un dato che appare sconcertante, una vera sorpresa. Tutti loro hanno avvertito con chiarezza un odore che rimanda a due situazioni precise e lo hanno sentito al momento in cui si sono tolte le tute indossate per uscire nel vuoto: il tipico odore della carne alla griglia unito all’odore specifico del ferro riscaldato dalla fiamma.

Abbiamo quindi un dato che non ci aspettavamo: chi viaggia nello spazio avverte delle sensazioni olfattive nette. Il 18 settembre 2006 Anousheh Ansari, ricca imprenditrice iraniano-americana, ha partecipato – come turista facente parte dell’equipaggio Expedition 14 della Soyuz TMA9 – a una spedizione di otto giorni a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Al ritorno ha comunicato agli utenti del suo blog di avere avvertito un odore simile alla «puzza di biscotti alle mandorle bruciati» (ricordiamo l’odore sgradevole del galbano e dell’onice?).

Chi viaggia nello spazio vive quindi delle sensazioni olfattive precise, nette, talmente intense da essere ricordate e talmente forti da indurre la NASA a inserirle nei programmi di addestramento degli astronauti.

Steven Pearce, chimico e direttore dell’azienda profumiera inglese Omega Ingredients, aveva prodotto in passato l’odore dell’interno della navicella spaziale russa Mir e, parlando a una scuola di Manchester nell’ambito di un convegno scientifico, ha detto che la NASA lo ha contattato per chiedergli di mettere a punto una sorta di profumo che riproducesse questa sorta di “odore dello spazio”. Dice il chimico che è stato abbastanza facile riprodurre l’odore della carne alla griglia e che più difficile era invece riprodurre quello del metallo riscaldato”.

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