Yahwèh parla di se stesso

Affronteremo tra breve la questione del nome, qui ci limitiamo a fornire alcune indicazioni che “Dio” fornisce circa l’atteggiamento che egli ha in relazione alla questione della sua presunta unicità.

Nei capitoli che vanno dal 19 al 40 del libro dell’Esodo, Yahwèh parla a Mosè sulla montagna e impartisce una serie di ordini, norme e regole, che costituiscono il vero e proprio corpus legislativo costruito sul modello delle alleanze militari. Questo monumentale complesso di leggi trova il suo fondamento nell’affermazione contenuta nel precedente capitolo 6 dove egli dice al versetto 7: «Prenderò voi per me come popolo e sarò per voi come un Elohìm».

Si afferma quindi il concetto di una scelta che unisce – con un legame specifico ed esclusivo – un popolo con un appartenente alla schiera degli Elohìm.

Nel capitolo 20 troviamo nuovamente quella necessità di identificazione e presentazione di cui abbiamo già detto, ma qui viene espressa con una formulazione che la rende ancora più chiara e comprensibile.

Leggiamo in Esodo 20,2-3: «Io (sono) Yahwèh Elohìm tuo che ho fatto uscire te da terra di Egitto»…

La costruzione ebraica del verbo essere con la preposizione a (essere-a…) significa “avere”, per cui Yahwèh, dopo essersi identificato, impone al popolo l’obbligo tassativo di non avere altri “dèi” sopra di lui; gli Israeliti non dovranno rappresentarli e non dovranno inchinarsi davanti a loro perché, conferma ancora una volta Yahwèh (Es 20,5).

È lui stesso ad affermare che ve ne sono altri e che questi altri costituiscono per lui un pericolo: ancora una volta rileviamo con chiarezza che ci sono dei rivali capaci di destare la sua gelosia. Un pericolo concreto che egli tenta di scongiurare con una minaccia terribile: punirà la colpa dei padri sui figli fino alla terza e quarta generazione.

E chi sono i destinatari di tanta durezza? Per le versioni tradizionali si tratta di “quelli che lo odiano”, ma il verbo contenuto nel versetto 5, “A[v” [sanà], non arriva a tanto, indica infatti l’atto del “rigettare e prendere le distanze”. Dunque, per essere puniti non era necessario arrivare all’odio per l’Elohìm, era sufficiente allontanarsi da lui, rigettarlo e rivolgersi ad altri “dèi”.

La gravità della pena prevista certifica che il rischio che questo avvenisse era evidentemente molto concreto!

Tratto dal libro “Il Dio Alieno della Bibbia” di Mauro Biglino, Uno Editori, clicca qui

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