Il peccato originale?

Sulla vicenda appena narrata si è innestato il concetto etico e teologico del peccato originale con la conseguente presunta condanna dei discendenti di Adamo da parte di “Dio”.

Abbiamo usato l’aggettivo presunta perché tra breve spiegheremo che potrebbe anche non trattarsi di punizione, ma di un fatto molto più immediato e per certi aspetti decisamente più tranquillizzate per l’umanità e per le sue paure circa gli eventuali destini eterni: lo vedremo in chiusura di capitolo.

Comprendiamo che si tratta qui di ipotizzare l’inesistenza del peccato originale o quanto meno della condanna che ne sarebbe derivata, ma siamo sempre nel campo delle ipotesi e pertanto proseguiamo serenamente con il nostro ragionamento, prendendo spunto anche dalle affermazioni del prof. Luzzatto, già Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Presupponendo l’esistenza originaria dei due alberi, egli si chiede:

• Perché “Dio” non proibisce il consumo dei frutti dell’Albero della Vita?

• Nella mente divina era più grave che gli uomini diventassero immortali o che comprendessero Bene e Male?

Evidentemente era più grave che conoscessero il Bene e il Male.

Questo era il vero timore di “Dio” e forse qui noi possiamo confermare ciò che abbiamo prima ipotizzato: l’albero in origine era forse uno solo, perché l’immortalità sarebbe un bene ben più prezioso e toglierebbe ogni possibilità di punizioni drastiche in caso di disobbedienza grave.

Questa imperdonabile dimenticanza divina non sarebbe comprensibile.

La lettura attenta del testo ci rivela inoltre che, verificata la grave disobbedienza, “Dio” non pone comunque in essere la sua minaccia, cioè non fa morire la coppia come aveva invece fatto presagire chiaramente in Genesi 2,17.

Il serpente aveva dunque ragione quando disse a Eva che «non sarebbero morti ma che, anzi, sarebbero divenuti come Dio» (Gen 3,4): prendiamo atto che l’avversario tentatore ha detto il vero!

Possiamo però provare a pensare che lo stilema ebraico indicasse un significato del tipo “certamente verrete a morte (in futuro)” e che non prevedesse quindi una morte immediata: se fosse così allora dovremmo pensare che prima erano immortali.

Ma sappiamo che non è possibile, visto che “Dio” stesso poco più avanti (Gen 3,22) caccia i due dall’Eden per evitare che mangino dell’Albero della Vita e divengano in quel momento immortali: evidentemente non lo erano!

Fatti salvi questi ragionamenti anche troppo cavillosi, dobbiamo riconoscere che l’aspetto fondamentale di questo passo risiede nella considerazione sulla minaccia, indipendentemente dai tempi e modi in cui avrebbe potuto concretizzarsi. Va detto infatti che la minaccia della morte – imminente o rinviata che fosse – doveva necessariamente essere inefficace, o quanto meno non comprensibile, perché siamo autorizzati a pensare che Adamo ed Eva non sapessero che cosa fosse la morte: non l’avevano mai vista!

E che significato ha la minaccia di una punizione il cui contenuto è totalmente sconosciuto al destinatario?

Non erano immortali, ma non conoscevano la situazione chiamata morte prevista dalla minaccia divina: di più non ci è dato sapere e in questo ambito le ipotesi sono eccessivamente lontane dal testo, pertanto non procediamo oltre.

Tratto dal libro “Il Dio Alieno della Bibbia” di Mauro Biglino, Uno Editori, lo trovi QUI.

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