Riflessioni sulla traduzione dei testi antichi

Proseguiamo con la schematica  presentazione delle difficoltà che si incontrano nello studio dei testi antichi sui quali si costruiscono invece tante ipotetiche certezze.

Abbiamo detto nel precedente intervento della impossibilità di conoscere la vocalizzazione originale dell’ebraico e questo porta ad una affermazione quanto mai importante. L’ebraico che noi consociamo non è la lingua che parlavano le tribù israelitiche che si sono sedentarizzate nel XIII-XII sec. a.C., che probabilmente parlavano l’aramaico.

L’ebraico fu la lingua degli Israeliti del sud  e cominciò a formarsi intorno al X sec. a.C. (quindi alcuni secoli dopo Mosè)  e ad essere scritto intorno al IX sec., periodo al quale forse appartiene il Cantico di Debora (Giudici 5), il teso biblico più antico che si possieda.

Usato per qualche secolo, venne sostituito definitivamente dall’aramaico nel VI sec. a. C..

Ciò che noi ricaviamo dalla Bibbia non è dunque la conoscenza dell’ebraico in senso assoluto ma l’interpretazione che la scuola dei masoreti di Tiberiade ha dato del testo biblico consonantico.

L’ebraico moderno è una evoluzione dell’ebraico medievale (X sec. d.C.) pronunciato secondo la tradizione sefardita (ebrei di origine spagnola).

Un bel rompicapo!

E pensare che su un tale rompicapo linguistico si sono innestati secoli di certezze.

Ma è proprio questo l’aspetto che affascina e che spinge a praticare sempre la via del dubbio, dando importanza alla possibile coerenza interpretativa dei contenuti piuttosto che all’aspetto puramente filologico.

Chiudo con un esempio che farà riflettere(tanto abbiamo davanti il fine settimana).

Il primo versetto della Bibbia sulla base delle vocali messe dai masoreti viene tradotto:

IN PRINCIPIO DIO CREO’ IL CIELO E LA TERRA…

ma una diversa vocalizzazione porta a tradurre:

ALL’INIZIO L’ELOHIM GUARDO’ CON PIACERE LE TERRE ALTE E LE TERRE BASSE…

Interessante vero?

Era il primo luogo in cui atterrati?

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