Antico Testamento: facciamo finta che… ovvero l’Anarchia del Sacro.

In un sito che tratta di Bibbia ed Alieni proviamo ad analizzare un concetto che apparentemente si presenta come scollegato mentre, in realtà, si comprenderà come l’atteggiamento anarchico sia strettamente legato alla assenza di una elaborazione teologica che prenda origine dall’idea di un dio unico e spirituale.
Precisiamo che si esporrà qui una chiave di lettura molto particolare dell’anarchia nel sacro; un approccio alle questioni che nasce dall’abitudine ad effettuare traduzioni letterali (dell’ebraico in particolare) alla ricerca del possibile significato originario, libero dalle sovrastrutture interpretative di cui vengono normalmente caricati i testi cosiddetti sacri.


Chi scrive legge l’Antico Testamento con lo stesso atteggiamento col quale legge scritti similari appartenenti ad altre forme di pensiero religioso – come il libro tibetano o egiziano o magari ancora quello ugaritico dei morti – senza attribuire patenti di verità esclusiva a questo o a quello: atteggiamento dovuto alla consapevolezza che la verità è estremamente sfuggente, come dimostra l’intera storia delle religioni del mondo.
Sono quindi necessarie delle precisazioni preliminari.
Quando si affrontano temi concernenti il sacro, la spiritualità, l’ipotesi del trascendente… è assolutamente necessario comprendere la posizione di colui che parla – o scrive – al fine di non cadere in fraintendimenti: troppo delicati sono infatti i contenuti e il vissuto che essi determinano.
In questo caso specifico chi scrive si definisce agnostico: ritiene cioè di non sapere e, conseguentemente, di non avere delle verità da porgere.
Chi scrive si limita dunque a ricercare sempre e lo fa con gli strumenti di cui dispone, nella convinzione che una ricerca che intenda definirsi vera non tende a trovare necessariamente conferme a posizioni predefinite – dunque potenzialmente dogmatiche – bensì prende origine dal dubbio, dalla domanda, e percorre la via delle varie possibilità rimanendo aperta ad ogni ipotetico sviluppo, anche il più inatteso.
La pratica dello sképtomai intesa quindi non come esercizio del dubbio fine a se stesso (scetticismo distruttivo) ma come atteggiamento costruttivo che tende a non farsi coinvolgere in potenziali illusioni rese accettabili dalla loro apparente capacità di fornire risposte a questioni fondamentali.
Chi scrive, infine, parla del “sacro” attenendosi al significato originario del termine col quale si indicava – sia concretamente che metaforicamente – un quid di “definito” che veniva fisicamente o concettualmente circoscritto allo scopo di essere “separato e dedicato a…”.
Si vedrà presto quanto tale significato sia attinente al pensiero ebraico e all’Antico Testamento in particolare.
Questa definizione di “sacro” non prevedeva originariamente quei valori come santità, spiritualità, trascendenza… che le sono stati attribuiti in modo specifico a seguito dell’inserimento nell’ambito del mondo religioso.
Per fare un esempio banale ma chiarificatore, diciamo che nella sala in cui parla un oratore il tavolo cui egli siede è “sacro” in quanto identificato, separato dalla platea, riservato a chi ricopre una precisa funzione e proibito alle altre persone presenti.
Se qualcuno del pubblico intende sedervisi viene gentilmente invitato ad occupare i posti a ciò destinati: ricordiamo per inciso che non fu altrettanto cortese Romolo col gemello che osò attraversare il solco col quale egli aveva definito “sacro” il terreno prescelto, rendendolo così non violabile..
Questo “sacro” non ha e non può avere un principio unico ed assoluto; si tratta di un “sacro” che viene di volta in volta definito, precisato, convenzionalmente accettato e successivamente rispettato, pena la sopportazione di conseguenze di gravità variabile, dal semplice invito ad allontanarsi fino alla irreparabilità della morte.
Un agnello diventa “sacro” quando viene scelto all’interno del gregge per essere destinato (con-sacrato) ad un rito; un’area diviene “sacra” quando la si sceglie, la si delimita con un recinto e la si destina a funzioni specifiche.
Si tratta quindi di un “sacro” relativo e dunque necessariamente anarchico, non riferito cioè ad un principio che si impone da sé con evidenza indiscutibile.
Il pensiero ebraico è permeato di questo particolare valore; i libri dell’Antico Testamento che ne raccontano le origini sono portatori di questa “anarchia del sacro” al punto che Ghershom Scholem, pur profondo cabbalista, poteva affermare che chi riscontra nella Torà una visione spirituale di Dio è vittima di una illusione colossale.
La lettura letterale dei testi delle origini della cosiddetta religione ebraica consente addirittura – in relazione a ciò che poco sopra si diceva sui possibili sviluppi della ricerca vera – di giungere alla conclusione che “Do non esiste”: non pochi sono i pensatori ebrei che hanno fatto propria questa affermazione apparentemente inaccettabile.
In estrema sintesi – e pur consapevoli della necessità di ulteriori approfondimenti e di una maggiore articolazione – possiamo ricordare alcuni esempi indicativi: Baruch Spinosa afferma “Deus sive natura” (motivo della scomunica, herem, mai revocata); una tesi cabbalistica rileva la perfetta corrispondenza ghematrica tra i termini Elohìm e Hatevàh (Dio e La Natura) giungendo ad identificarli e a negare così ogni possibilità, anche solo teorica, di trascendenza; Arturo Schwarz, esperto di Cabbalà e alchimia, si definisce “ebreo e ateo” senza cogliere in questo apparente paradosso alcuna contraddizione.
Pensiamo di potere dire che l’ebraismo non è religione della fede ma religione della fedeltà: fedeltà ad un patto liberamente sottoscritto e divenuto vincolante solo dopo la libera accettazione e dunque non auto-imponentesi (epistemico) di per sé.
Cibo kashèr, ad esempio, è cibo sacro perché “adatto al consumo” – questo è il significato del termine – e non perché dotato di un qualche valore “altro” di cui nulla si conosce in realtà, se non ciò che gli viene attribuito dalla fantasia dei numerosi interpreti spesso poco rispettosi della lettera.
Lo shabbàth è sacro perché “separato” dagli altri giorni: nel sabato ci si astiene dal compiere qualsiasi attività che significhi dominio dell’uomo sulla natura; questo atteggiamento che separa quel giorno da tutti gli altri è considerato il fondamento dell’essere ebrei (I. Grunfeld, “Lo Shabbàth”, Giuntina, Firenze 2000).
Di qui la possibile, e forse inevitabile, anarchia: termine con quale si intende quasi sempre una situazione caratterizzata da disordine, violenza, caos sociale, assenza di regole morali o anche solo civili, disordine interiore…
Nulla di tutto questo nell’Antico Testamento, anzi ci troviamo qui al polo opposto: l’ebraismo è potenzialmente anarchico perché rifiuta il principio di una autorità irrazionale, statica, arbitraria e generatrice essa stessa di caos (A. Schwarz, “Sono ebreo, anche”, Garzanti, Milano 2007).
Il pensiero ebraico tende ad un ordine razionale che viene di volta in volta analizzato, accettato, fondato sulla conoscenza sperimentale e non sulla fede cieca nei confronti di verità “altre”, magari dogmaticamente definite, cui ci si può rapportare solo con un atteggiamento di accettazione o di rifiuto.
Già Fromm aveva messo in evidenza il carattere antidogmatico della legge ebraica; una particolarità che nasce dalla determinazione di pensare con la propria testa, di non sottomettersi, senza precise motivazioni razionali, ad una autorità superiore.
Di qui anche l’originalità della religiosità ebraica che non prevede la figura dell’intermediario tra l’uomo e una divinità superiore: il Rabbino non è il Sacerdote la cui iniziazione/consacrazione è vista nel Cristianesimo come portatrice di poteri speciali capaci di “agire” sui fedeli (battesimo, cresima, unzione ecc…). Il Rabbino è colui che studia e cerca di comprendere le parole di una Alleanza al fine di garantirne quel rispetto che è sempre e comunque riconducibile alla responsabilità del singolo e del popolo nel suo complesso.
Vale la pena sottolineare che un midrash molto interessante pare approfondire ciò che è raccontato nei capitoli 32 e 33 del Deuteronomio, quando ricorda come Dio (l’Elohim) abbia offerto la Torà ad altri popoli e come solo dopo il loro rifiuto abbia scelto di proporla ad Israele!!
Il popolo la accettò dichiarando che avrebbe sempre dato importanza al “fare” più che non allo ”ascoltare”: prassi, dunque, prima che teoria!
Echeggiano qui le parole di Martin Buber e di Wittgenstein i quali sostenevano che di Dio non bisogna parlare perché con lui si deve agire.
Echeggiano qui anche le parole di un amico ebreo – stretto praticante conosciuto in Sinagoga nel corso di una visita – che mi disse: “Noi non sappiamo sostanzialmente nulla di ciò che ci attende dopo la morte perché il nostro Dio non ce ne ha mai veramente parlato. Alla fine della vita il premio per essere stato un uomo giusto sarà quindi per noi… essere stato un uomo giusto”.
Essere giusti: agire nel rispetto di una Alleanza liberamente accettata.
Questa libertà di scelta – possibile solo in presenza di una vera anarchia (assenza di un principio assoluto capace di autoimporsi per la sua evidenza) – non è stata concessa nel solo momento delle origini e intesa quindi come opzione unica ed irrevocabile, ma si è ripresentata costantemente nella storia di Israele.
Dopo aver terminato la prima parte della conquista della terra di Canaan, Giosuè chiede al popolo di scegliere liberamente se continuare a servire l’Elohìm che li aveva guidati fino a quel momento o se seguire altri Elohìm, tutti presenti, reali, concreti e possibili destinatari di culto e servizio. Solo dopo che il popolo conferma la sua intenzione di seguire l’Elohìm che si faceva chiamare Yahweh il patto viene riconfermato e Giosuè ricorda allora che gli impegni devono essere mantenuti per evitare conseguenze severissime.
La scelta era nuovamente e veramente libera: non ci sono dubbi o necessità di interpretazioni nel testo che racconta l’episodio (Libro di Giosuè, capitolo 24, 14-25).
La libertà di rifiutare una proposta rientra pienamente in quel concetto di “anarchia” attribuibile ad un popolo considerato “sacro” (scelto e separato dagli altri popoli) e ciò non di meno svincolato da principi che non siano il contenuto di una libera adesione ad un patto, i cui contenuti potrebbero essere oggetto di altre interessanti considerazioni che però esulano dal tema del presente scritto.
Questo modo di vivere senza sottomettersi ad un principio assoluto rappresenta la specifica anarchia dell’ebreo: uno strumento quotidiano di rispetto del pensiero proprio ed altrui nel suo continuo necessario divenire, sempre suscettibile di analisi, critiche ed anche ripensamenti.
Libertà, rifiuto di ogni autoritarismo, determinazione a “spaccare il capello in quattro” erano apertamente indicati come condizione necessaria per condurre lo studio dei testi.
Costituivano quel metodo di studio degli scritti talmudici che era considerato una delle 48 virtù necessarie per l’apprendimento della Torà; consisteva nel praticare lo studio sempre almeno in due, al fine di avere una possibilità continua di esercizio dialettico all’interno del quale un argomento che prometteva di porre fine ad una disputa interpretativa veniva considerato una difficoltà (kushia), mentre un argomento che rimetteva in discussione il tutto era considerato una sorta di soluzione (terutz).
L’Antico Testamento è dunque figlio di una mentalità siffatta e, se lo si considera come un libro di storia, riserva sorprese non da poco.
Mauro Biglino